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28 Gennaio 2025

Ires premiale, la distribuzione degli utili lascia fuori le quotate

di Alessandro Germani


Nel corso dell’iter di approvazione della legge di Bilancio 2025 è stata introdotta la cosiddetta Ires premiale (articolo 1, commi 436-444). Al momento tale agevolazione è prevista per il solo 2025 e consente la riduzione dell’aliquota Ires dal 24% al 20% in presenza di molteplici condizioni.

In sintesi esse riguardano:

  • un elevato tasso di autofinanziamento, in quanto una quota non inferiore all’80% degli utili dell’esercizio in corso al 31 dicembre 2024 dovrà essere accantonata ad apposita riserva;• un investimento, non inferiore al 30% degli utili accantonati e, comunque, non inferiore al 24% degli utili dell’esercizio in corso al 31 dicembre 2023, in beni 4.0 e 5.0;• un incremento occupazionale, in quanto nel 2025 il numero di unità lavorative per anno non dovrà essere diminuito rispetto alla media del triennio precedente e vi dovrà essere un incremento di lavoratori a tempo indeterminato almeno pari all’1% rispetto al 2024.

È evidente che l’insieme di queste condizioni limita l’accesso alla misura. La stessa relazione tecnica su 824mila società di capitali ha stimato che saranno interessate solo 18mila imprese, ovvero poco più del 2 per cento. Alcune considerazioni possono effettuarsi su tali condizioni.

Il primo aspetto, imponendo una fortissima ritenzione degli utili, taglia fuori tantissime imprese. È la stessa relazione tecnica che (correttamente) parte dall’assunto che le quotate non saranno interessate dalla misura in quanto legate a parametri di mercato. Sono infatti i risparmiatori che si attendono una certa distribuzione degli utili come rendimento dell’azione (price earning ovvero prezzo di mercato/utile per azione). Questo fa sì che nell’universo delle quotate il pay out ratio, ovvero il tasso di distribuzione degli utili, sia piuttosto elevato. Spesso raggiunge punte del 70%, o comunque è superiore al 50%, difficilmente si può trovare una quotata che distribuisca meno del 20% degli utili conseguiti. E si ritiene che la prassi non cambierà in quanto ancorata alle aspettative del mercato.

La relazione tecnica è decisamente più possibilista sulle società “chiuse”, in quanto in quei casi potrà farsi un ragionamento di costi benefici fra minore distribuzione (per l’azionista) e risparmio fiscale ottenuto (per la società). Tuttavia anche in questi casi per beneficiare della riduzione di aliquota si richiede un tasso di ritenzione di utili (80%) veramente molto elevato. Ora non c’è dubbio che l’autofinanziamento sia una virtù da un punto di vista finanziario per le imprese e vada incentivato (lo era anche per l’Ace), ma forse si potrebbe pensare a un’asticella non così alta e rigida. Che non tagli fuori definitivamente un numero troppo ampio di imprese come i numeri previsti sembrano dimostrare.

D’altro canto questo è solo il primo tassello, perché poi per l’ottenimento del taglio di aliquota si richiede anche un investimento qualificato in beni 4.0 e 5.0.

Al di là dell’ulteriore complicazione connessa al fatto di effettuare questo tipo di investimenti, che peraltro in questo momento dovrebbero essere maggiormente orientati verso il comparto 5.0, visto che l’altro è in fase di esaurimento, ciò comporta una ulteriore cernita. Perché si tratta di investimenti tipici di aziende industriali, molto meno comuni in aziende commerciali o di servizi. Quindi anche queste realtà sarebbero in qualche modo tagliate fuori.

Infine c’è un terzo requisito che è connesso al concetto di incremento occupazionale, che costituisce anch’esso una condizione non così scontata in questo momento nel panorama delle aziende industriali che potenzialmente appaiono le beneficiarie della misura.