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18 Novembre 2022

Selettivo e cauto: dopo i primati private capital al test del 2023

di Carlo Festa



Il private capital, cioè gli investimenti dei private equity ma anche dei «credit fund», ha raggiunto nel 2022 un volume di transazioni in crescita sull'anno precedente, un risultato importante tanto più se si pensa che questi mesi sono stati molto difficili a causa delle tensioni macroeconomiche e geopolitiche. In particolare il settore, al centro del Private Capital Summit organizzato ieri dal Sole 24 Ore e aperto da un intervento del direttore, Fabio Tamburini,, nel primo semestre 2022 ha mostrato segnali molto positivi: l'ammontare investito, secondo Aifi, è stato pari alla cifra record di 10,9 miliardi di euro, in crescita del 139% rispetto ai 4,6 miliardi del primo semestre del 2021. «Questo ammontare - indica Anna Gervasoni, direttore generale di Aifi - risulta fortemente influenzato da alcune operazioni di dimensioni particolarmente elevate, tra cui una realizzata nel comparto delle infrastrutture. Il numero di operazioni si è attestato a 338, in crescita del 34% rispetto alla prima parte del 2021 quando c'erano stati 253 investimenti».
Il mercato italiano si è caratterizzato per l'elevato numero di operazioni su medie e piccole aziende, mentre come in altre parti d'Europa stanno cominciando a rallentare i grandi leverage buyout (Lbo). «Ad influire, assieme al rallentamento dell'economia reale per fattori macroeconomici, c'è stato lo shock sui tassi di interesse, che ha colpito il mondo Lbo con un repentino spostamento della liquidità da asset class più rischiose a quelle investment grade che ora offrono rendimenti simili a quelli offerti dagli asset più rischiosi solo 12 mesi fa» afferma Matteo Zenari, responsabile Financial Sponsor Group divisione IMI Corporate & Investment Banking Intesa Sanpaolo. «Il rialzo dei tassi sta avendo un impatto sul numero di operazioni e progressivamente anche sulle valutazioni. Alcuni settori di investimento restano attivi: penso all'healthcare ad esempio» precisa Luca Bucelli, Head of Italy di Tikehau Capital.
Il mondo del private equity è diventato dunque più selettivo e cauto, anche se tra i confini italiani l'attività continua ad essere intensa. «Tutti i fondi internazionali sono interessati all'Italia, un mercato particolarmente attraente nel segmento mid-market, dove la dimensione d'investimento è più bassa rispetto ad altri mercati e con ancora tanti business detenuti dai fondatori originari» dice Giorgio Fantacchiotti, socio dello studio Linklaters.
Uno dei volani resta quello del consolidamento sotto la regia finanziaria e strategica di un operatore finanziario specializzato. «Il private equity può diventare il catalizzatore di aggregazioni di realtà che per varie ragioni non riescono da sole a cogliere questi vantaggi competitivi» afferma Franco Prestigiacomo, amministratore delegato di Xenon private Equity.
Strettamente correlato al mercato del private equity è quello del private debt, che spesso va a finanziarie le acquisizioni degli operatori finanziari, in alternativa o in aggiunta al canale bancario: «Continuiamo a vedere fondi di private equity, che guardano sempre con maggior interesse al private debt» sostiene Paolo Pendenza, responsabile private debt di Equita. Si tratta di un settore dove, sempre secondo Aifi, si sono osservati nella prima parte dell'anno leggeri segnali di rallentamento: sono stati investiti 531 milioni di euro, in calo del 29% rispetto al primo semestre del 2021.
«Il mercato del private debt in Italia finora ha mostrato resilienza, perché c'è consapevolezza che occorre diversificare le fonti di investimento» osserva Alberto Nobili, Head of Investment Banking Corporate di Banca Finint. Gli stessi imprenditori si stanno accorgendo delle opportunità di questo strumento per finanziare l'operatività dell'azienda. «Il private debt è uno strumento elastico che si presta a varie forme di intervento, come m&a e investimenti. Ci possono essere strutture finanziarie compatibili con i flussi di cassa di tutte le aziende» spiega Francesco Franchini, partner di Ver Capital e responsabile private debt.
Gli imprenditori possono così avere un ventaglio di opportunità. «Ci sono ancora molte potenzialità di crescita perché l'impresa ha scoperto che non si tratta di finanza speculativa ma che è presente una sensibilità industriale» gli fa eco Nicola Riello, presidente di Riello Investimenti Partners Sgr.
Il focus è anche sui grandi «credit fund» esteri che ormai da qualche anno sono ben presenti in Italia. «Quest'anno è stato comunque un anno record in Europa, con volumi elevati, per il mercato del private debt, dato che il mercato high yield e delle sindacazioni bancarie è stato chiuso per una parte dell'anno, con la conseguenza che la ricerca di capitali si è orientata verso il direct lending» precisa Francesco Di Trapani, senior advisor di Pemberton Asset Management. Si guarda ai fattori macroeconomici che potrebbero influenzare la strategia dei «credit fund». «La nostra strategia rimane invariata, fornendo capitale per supportare aziende di medie e grandi dimensioni tramite strumenti di debito. I nostri investimenti continuano ad essere da 100 milioni fino a un miliardo per ogni singola operazione. L'opportunità è diventata più grande a causa della mancanza di liquidità nel mercato e questo vale sia per aziende di proprietà di private equity sia di proprietà di imprenditori» aggiunge Nicola Falcinelli, Managing Director, Carlyle Global Credit. In questo scenario le imprese cercano le migliori opportunità offerte dal private capital. «È necessario essere accanto alle imprese in difficoltà, solo temporanea, che possono trovare il rilancio con i capitali giusti» afferma Nicola Occhinegro, Ceo & Founder di Finanza Tech. «La finanza alternativa non è sostituiva, è importante far capire agli imprenditori che non è solo questione di prezzo» rileva Alessandro Germani, Dottore Commercialista GDC Corporate & Tax e storica firma del Sole.

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